Sogno infranto

scritto da HalBregg
Scritto 17 giorni fa • Pubblicato 16 giorni fa • Revisionato 16 giorni fa
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Il Guercio non vuole tetti. Tutto giù
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Testo: Sogno infranto
di HalBregg

La lana grezza della coperta gli bruciava le spalle nude e sudate. Doveva sistemare quel letto una volta per tutte e poi andare a prendere il tavolo e le panche. All’interno della casedda strinse gli occhi, la polvere vorticava nelle lame di luce che entravano dalle finestre sottili.

Sopra di lui i colpi secchi della pesante mazza, metallo contro pietra, un rumore sicuro e monotono. Posò la coperta sul tavolaccio coperto dalla paglia e sorrise. Nel sistemarla qualcosa di duro e acuminato gli punse un dito, una scheggia di pietra irregolare. La guardò alla luce, era un pezzo di chiancarella che si era staccata, una venatura azzurra risaltava sul bianco della pietra.

«Quanto ti manca?» chiese ad alta voce per farsi sentire da suo padre all’esterno sul tetto.

Come risposta un tonfo secco, diverso dagli altri. Alzò lo sguardo, il buco luminoso sulla sommità del tetto era scomparso. Un piacevole calore gli salì dalla pancia e si diffuse in tutto il corpo. Si chinò verso il letto, sistemò con cura la paglia e poi ci stese sopra la coperta.

I colpi sul tetto erano cessati, adesso c’erano i passi e i rumori di suo padre che si stava calando dal tetto. Nicola uscì mentre Vito metteva i piedi a terra. Era lucido di sudore con la pesante mazza appesa ad una cinta in vita.

«Quindi è finito?»

«Sì, dove hai messo l’acqua? Si muore lassù».

Nicola rientrò nella casedda e prese la brocca di terracotta che aveva sistemato nel fresco della penombra. La porse al padre.

«Vado da Antonio a prendere il tavolo e le panche. C’è altro da fare qui?»

«Vai. Do ancora un’occhiata alle chiancarelle e poi una sistemata qui fuori».

«Sì, va bene, poi ti aiuterò anch’io. Deve essere tutto pulito dove lei passerà, magari anche una sfalciata all’erba».

Si fermò, suo padre lo guardava con le labbra atteggiate in un leggero sorriso. Un improvviso fuoco gli scaldò le guance.

«Meglio che vada».

 

Camminava a fianco di Antonio, la punta della sua nuova casedda già si intravedeva sopra gli ulivi. Il passo era adeguato a quello dell’asinello a cui avevano agganciato il carretto su cui erano legati il tavolo e le due panche. La polvere che sollevavano gli entrava nel naso bruciando gli occhi. Forse per l’indomani bisognava anche bagnare la strada.

Antonio si fermò di colpo. L’asino quasi gli andò addosso.

«E quello?»

Nicola guardò in direzione della casedda. Un uomo a cavallo era fermo davanti all’ingresso e stava parlando con suo padre. Il manto rossastro del cavallo era lucido di sudore. Vito stava muovendo le braccia e indicava il tetto. Poi si fermò e abbassò le spalle. L’uomo disse ancora qualcosa, poi diede un colpo di speroni al ventre del cavallo e ripartì. Venne nella loro direzione e in un attimo li affiancò per passar loro accanto senza guardarli.

«Il Guercio, brutta storia» disse Antonio quasi sputando le parole.

Nicola guardava suo padre. Era immobile nella stessa posizione da quando l’uomo se n’era andato. Accelerò il passo anche se le gambe erano rigide e pesanti.

Arrivarono alla casedda. Nicola vide la brocca rovesciata a terra con l’acqua che aveva creato una piccola pozzanghera.

«Ciao Vito, un uomo del Guercio, vero?»

«Ma che voleva papà? Ci son problemi?» chiese Nicola mentre un groppo di saliva gli stava chiudendo la gola.

Vito li guardò e non parlò subito. Poi spostò lo sguardo al carretto e disse:

«Non scaricare, puoi riportarli indietro».

Nicola sentì le gambe che gli cedevano.

«Ma che stai dicendo papà?»

«Domani mattina arrivano gli ispettori. Il Guercio non vuole tetti. Tutto giù».

Il ragazzo emise un urlo strozzato. Guardava suo padre negli occhi per cercare lo scherzo. Si girò verso Antonio, lui guardava verso il villaggio da dove si sentivano dei colpi secchi. Qualcuno aveva già iniziato a smontare.

«Ma domani mattina Teresa arriva, è tutto pronto…»

«Se non tiriamo giù non ci sarai tu qui ad attenderla» concluse Vito «forza, diamoci da fare».

«Se volete una mano» disse Antonio.

«No, vai pure facciamo noi. Vai ad aiutare i tuoi figli».

Nicola intanto si era seduto a terra e si teneva il viso tra le mani. Gli occhi si erano riempiti di lacrime e un succo acido gli riempiva la bocca. Si alzò di scatto e si girò verso suo padre.

«Ma…»

«Nessun ma, figliolo. Tu vai dentro la casedda. Io vado su a smontare il tetto, man mano che ti butto giù le pietre tu prendile e falle sparire nel fossato laggiù dietro agli ulivi».

«Ma non c’è un altro…»

Vito si girò, controllò che la mazza fosse ben fissata alla cinta e si diresse alla scaletta che avrebbe utilizzato per salire sul tetto.

Nicola non parlava. Guardò suo padre salire e poi entrò nella casedda. I rumori dei passi sopra di lui, come poco prima, solo più pesanti.

Poi i colpi, di nuovo metallo contro pietra. Un raggio prepotente di luce gli trafisse lo sguardo. Entrava impertinente dal buco nel centro del soffitto. Vide la mano di suo padre che teneva la grossa pietra appuntita sospesa sopra di lui.

«Arriva», disse Vito, e il pinnacolo atterrò a pochi passi da Nicola. Lo prese, lo guardò per un lungo istante. Soffiò la polvere dalla punta e lo portò fuori fino al fossato.

Fece vari giri di andata e ritorno. Ogni volta la porzione di cielo era più ampia, vedeva anche in controluce i capelli di suo padre che tirava e martellava le pietre. Gliele calava una per volta avvertendolo sempre prima di lasciarle.

Un rumore diverso scosse Nicola che alzò gli occhi di colpo e sentì l’urlo di suo padre. Una massa scura oscurò per un attimo la luce. Non era suo padre. Si lasciò cadere di lato e rotolò su un fianco. La bocca gli si riempì di terra e qualcosa di duro gli colpì un polpaccio. Strinse i denti con violenza e gli occhi gli lacrimarono.

«Nicola, rispondi per favore» gridava Vito sopra di lui.

Aprì gli occhi e tra la polvere e il dolore vide la testa di suo padre affacciata sul buco che una volta era stato il tetto.

«Tutto bene, solo un colpo alla gamba» e, con fatica, si alzò in piedi. Poggiava con dolore il piede a terra. Proseguirono il lavoro anche se il ritmo era rallentato. Usciva dal perimetro quando Vito lasciava cedere le pietre e poi rientrava per recuperarle e portarle via.

Impiegarono l’intero pomeriggio a smontare tutti gli anelli che componevano il tetto. Era ormai sera quando finirono. Non si vedeva nulla. Le pietre tolte erano tutte nel fossato. Nessuna traccia.

 

Tra gli ulivi sorgeva il sole. Nicola era seduto su un masso. Era lì dalla sera prima. Davanti a lui dei muri alti e spessi. Le pietre bianche e nude.

Un rumore dal fondo della strada. Si avvicinava inconfondibile. Uomini a cavallo. C’era l’uomo che era passato il giorno prima e con lui altri due cavalieri vestiti in modo uguale, un lungo mantello e il cappello ad ampie falde.

Passarono davanti a Nicola e non lo guardarono neanche. Uno disse:

«Solo pietre qui, niente case» e andarono avanti senza fermarsi.

Nicola li seguì con lo sguardo e quando sparirono continuò a fissare la strada. Teresa non sarebbe venuta. O forse sarebbe venuta e vedendo i muri diroccati se ne sarebbe andata.

Si alzò e andò verso le macerie. Suo padre era dietro di lui. Aveva in mano il pinnacolo, era l’unico pezzo rimasto integro da quella distruzione. Lo porse al figlio.

Nicola lo guardò e scosse la testa. Poi entrò nel perimetro dei muri tenendo la testa bassa. Diede un calcio a una piccola pietra che, rotolando, balenò per un attimo alla luce del primo sole. Era una chiancarella aguzza con una venatura azzurra.  

 

Alberobello, 1647

Sogno infranto testo di HalBregg
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